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Ernia, il rapper milanese, ci parla dei suoi tatuaggi.

Ernia: Tre è un numero magico

Il rapper milanese, autore di “68”, ci parla dei suoi tatuaggi. Che ancora non sono molti, ma hanno storie davvero interessanti da raccontare…

Rapper tra i più interessanti attualmente in circolazione assieme al collega RKomi, il ventiquattrenne Ernia è tornato da pochissimo con il suo nuovo album “68” che cita sia il celebre anno rivoluzionario – di cui ricorre il cinquantennale – che una banale linea d’autobus. Linea che, metaforicamente, ha condotto Matteo Professione (il suo vero nome) dalla periferia allo status di star del microfono e viceversa. Con noi Ernia ha però parlato di inchiostro e simboli dei suoi pochi tatuaggi. Partendo però da una necessaria precisazione collegata al titolo dello stesso “68”.

Mi sembra quantomeno originale che uno come te, nato negli anni ’90, si sia spinto a parlare del mitologico (e ormai lontanissimo) “sessantotto” parigino. Che ne pensi?
Che la mia non è affatto una celebrazione di quella stagione, così scardinante a livello politico e sociale. Io mi riferivo di più al mezzo (l’autobus 68) che ho adoperato fin da pischello per fare la spola tra la periferia e il centro. Mettiamola così: il mio disco è 90% trasporto pubblico e 10% tributo al famoso 1968! (ride)

Il rapper milanese Ernia




Il rapper milanese Ernia

Parliamo della materia principale di Tattoo Italia: non è ancora ben chiaro se e dove tu sia tatuato…
Lo sono eccome! Ma i miei restano pezzi non del tutto visibili. Di tatuaggi al momento ne ho tre: uno sul polso, uno all’altezza della spalla e infine l’ultimo, sulla caviglia. Tutti sulla parte destra del mio corpo.

Partiamo dal più visibile, ovvero quello sul polso.
Si tratta di una runa della prosperità, detta “Fehu”. Quello è stato il primo tatuaggio della mia vita, fatto all’incirca sei anni fa quand’ero appena maggiorenne. Se ne occupò un tatuatore bulgaro, che lo realizzò in una soffitta facendosi pagare una manciata di euro.

In quell’occasione, oltre a scoprire il fascino di quest’arte, ho notato quanto mi piacessero i tatuaggi “brutti”.

Cosa intendi dire esattamente con “brutti”?
Vissuti, grezzi, poco appariscenti. Tipo questo lettering, “QT8”, che ho sulla caviglia. Lo ha realizzato Conio, il proprietario del “Polifamous Tattoo Atelier” di Milano. Si tratta di un omaggio al quartiere periferico da dove vengo. Giusto per ricordarmi, come faccio anche nel mio album, che le mie radici restano quelle. E l’appartenenza a un determinato luogo è importante.

Chiudiamo il conto con il tuo terzo tattoo: un orso, giusto?
Sì, un orso all’altezza della spalla. Quello è opera di Rems del “Diè Tattoo” sempre in quel di Milano. Dicono che quell’animale selvatico, nella sfera onirica, simboleggi il conflitto con la madre. Difatti io sono sempre stato più da complicità col papà! (ride)

Tre tatuaggi sono decisamente pochi nella sfera dei rapper contemporanei…
Hai ragione, tant’è che io non so nemmeno se mi farò il quarto. Forse sì, forse no. I tattoo d’altronde sono pezzi importanti della vita di ognuno di noi e dovrebbero sempre avere qualcosa d’importante da esprimere Sento di miei colleghi che si farebbero immediatamente tatuare il titolo del loro album, se mai conquistassero un disco d’oro. Mi spiace, ma io non sono fatto così.

E questo si avverte anche nelle tue nuove tracce, no?
Mettiamola così: “68” rappresenta un grosso rischio per la mia ancora giovane carriera. Il mio rimane un pubblico di ragazzini svegli e un quindicenne di oggi se ne accorge dopo due rime se un rapper vuol dire qualcosa di impegnato o “conscious” nei suoi pezzi. E di solito interrompe lo streaming.

E quindi?
Kendrick Lamar a parte, fare hip hop “politico” non è il massimo per scalare le classifiche odierne; ma perlomeno io ci provo. Al massimo andrà male… e farò ritorno al quartiere.

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My camera roll is filled with different shots whenever I apply henna but only one ever goes up on…

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